| I ristoranti contro i bar scoppia la guerra del pranzo |
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| Giovedì 04 Novembre 2010 15:23 |
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bar_dal_corriere Da: Il Corriere del Veneto: VENEZIA — Un pasto veloce. Tra un museo e l’altro. E invece del solito panino, un piatto di spaghetti o una zuppa. Surgelato però. C’è chi si è visto scaldare il branzino nella piastra dei panini. Chi si è visto arrivare la pasta alla carbonara direttamente dalla busta del supermercato. Il cibo veneziano come le maschere e il vetro: produzione locale battuta dai «falsi» e i ristoratori lanciano l’allarme. «Rischiamo di fare la fine del vetro, del marmo e di tanti altri negozi di produzione artigianale arrivando ad una ristorazione usa e getta, solo di consumo - hanno detto i ristoratori veneziani che si sono riuniti mercoledì pomeriggio nella sede di Ascom in campo San Polo per cercare soluzioni comuni - ormai nei bar si vende di tutto. Dai panini, a veri e propri primi piatti. Pasta, risotti, pasticcio. Tutto congelato però. E scaldato in microonde prima di finire sul tavolo del cliente». Seduti nella sala al terzo piano della sede ieri erano una cinquantina. Venuti a chiedere più controlli da parte di Usl e Comune. E più decisione alla categoria nel chiedere leggi chiare. Ristoratori, quelli «veri», con le autorizzazioni, ma soprattutto con cuoco e cucina. «I clienti devono sapere - dicono i ristoratori - non si può far credere ai turisti che tutto il cibo servito sia prodotto nelle cucine, quando c’è anche chi, la cucina, non ce l’ha proprio. Dev’esserci più vigilanza, poi, anche per quanto riguarda le norme igienico sanitarie da parte dell’Usl». E mentre un centinaio di esercenti ha firmato una petizione, in cui si chiede una revisione della normativa regionale che prevede la possibilità della «somministrazione assistita» anche per i bar (pur con le dovute restrizioni igieniche), le associazioni di categoria propongono un cambiamento di rotta. Per aiutare turisti e non solo. Un simbolo chiaro, da esporre in vetrina: un cappello da chef. E sotto la scritta: «Venice quality food». Visibile, chiaro e comprensibile a tutti. Basterà cercarlo in vetrina, insomma, e i dubbi saranno risolti. «Tutti i turisti potranno così vedere il marchio ed essere sicuri di quello che mangeranno - dice Ernesto Pancin, segretario Aepe - l’utilizzo di questo simbolo, poi, permetterà una distinzione netta e veloce tra ristoranti e bar». «Abbiamo la possibilità di farci finanziare il marchio dalla Camera di commercio - dice Roberto Magliocco, presidente di Ascom - facciamolo, potrebbe essere una chiave per tutelare la qualità». Se l’accordo funzionerà, insomma, ci si potrà muovere per Venezia senza dover entrare in ogni esercente a chiedere un menù per scoprire cosa si sta per mettere sotto i denti. «Mi sembra l’unica soluzione possibile - ha detto Albino Busatto, della Fiaschetteria toscana - non siamo contro il libero mercato ma vogliamo che sia regolato, è inutile aspettare una moratoria dalle istituzioni, cominciamo a fare qualcosa noi per primi». I ristoratori lo ascoltano. Poi tutti applaudono. E sono d’accordo. Ma poco dopo il particolarismo esplode e cominciano le storie personali. C’è chi ha aperto un ristorante da poco, usa pasta di origine controllata, uova biologiche, e pensa che i bar non dovrebbero nemmeno poter servire piatti completi, chi annuncia la scomparsa imminente delle trattorie, non concorrenziali di fronte al prodotto surgelato chi invece punta il dito contro i proprietari cinesi. «Ci sono solo loro ormai, non parliamo nemmeno delle norme igieniche». «L’Usl sta facendo moltissimi controlli, a volte anche troppi - dice Pancin - il problema non sono i ristoratori cinesi, la risposta alla liberalizzazione dev’essere un’altra. La qualità visibile e riconoscibile. Per tutti».
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