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Quando c’erano i veneziani PDF Stampa E-mail
Venerdì 15 Ottobre 2010 07:46
libro_cipriani

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Da: Il Corriere del Veneto:

Pubblichiamo in anteprima una parte del racconto di Arrigo Cipriani, tratto dal libro «Quando c’erano i veneziani», che verrà presentato domani all’Ateneo Veneto di Venezia.

Venezia è una città che sembra costruita per i bambini perché non c'è altro posto al mondo dove essi possono come qui giocare in libertà. Non ci sono le automobili. Le pietre servono a disegnare i giochi col gesso, i muri servono a far rimbalzare la palla, le calli sono immaginate come i corridoi di una grande casa che non finisce mai. I campi sono le stanze. Così io vedevo e vivevo Venezia da bambino. Non sentivo la guerra salvo che nei giochi dove alla mosca cieca venivano preferite le battaglie tra bande rivali che difendevano il territorio. Ero talmente ingenuo che un giorno lessi su un giornale un titolo a caratteri cubitali: "Chamberlain dà le dimissioni", e, senza conoscere il significato della parola corsi in campo a dire ai miei della banda che davo le dimissioni. Mi sembrava una cosa grande e degna di un capo e rimasi malissimo quando subito i miei compagni se ne trovarono un altro. Allora spesso d'inverno nevicava e le battaglie le facevamo con le palle di neve.

Il giorno delle mie dimissioni perdemmo la nostra piccola guerra. Io abitavo vicino a Campo Santo Stefano e nella Calle delle Botteghe c'erano i negozi degli alimentari. I proprietari erano conosciuti per nome e non per cognome. C'era la Giovanna la fruttivendola, una signora di 150 kili, sempre seduta su uno sgabello alla cassa, che allora era un piccolo tavolino, perché i conti venivano fatti a matita su un foglietto di carta. Quando mia madre portava a casa qualche frutto proibito dall'autarchia ci raccontava che la Giovanna lo aveva tirato fuori da sotto il grande scialle nero che la copriva completamente fino ai piedi. "Par i putéi" le diceva perché certe cose erano solo per noi bambini ed erano proibite ai grandi. Non ricordo tutti i nomi di quelli che avevano un negozio in Calle delle Botteghe, c'era il panettiere che anche durante la guerra sfornava il pane profumato dal suo forno dietro al negozio, el luganegher che, ritagliando con una lunga forbice i tagliandi della tessera annonaria, ci faceva avere qualche fettina di prosciutto e un pezzo di formaggio grana, il carbonaio che vendeva gli ovuli di carbon coke per la caldaia del termosifone. L'antracite non si trovava perché era inglese.A scuola avevamo il maestro o la maestra. Non si chiamavano unici perché erano uno e mai due o tre. Ho frequentato quasi tutte le mie scuole a Venezia e, mi accorgo adesso che gli insegnanti avevano un'identificazione comune che li univa e non potevano che appartenere alla città. Ne facevano parte e non avrebbero potuto essere così com'erano in nessun altro posto. Lo so perché l'ultimo anno di Liceo lo feci in un collegio in terraferma e capii la differenza tra i professori di Venezia e quelli di fuori. Da noi c'era una complicità di appartenenza.

Quando ti richiamavano all'ordine lo facevano con la consapevolezza di conoscere tutto di te. Dove abitavi, cosa faceva la tua famiglia, quali erano i tuoi compagni. Per andare e tornare dalla scuola ho corso migliaia di volte su e giù per il Ponte dell'Accademia. Facevamo le gare a chi riusciva a saltare i gradini a quattro alla volta. Quando si è giovani non si sa cosa sia la forza di gravità della quale adesso sto sperimentano la sempre più insostenibile pesantezza. Nelle strade, di giorno e di notte c'erano anche alcuni matti. Oltre che matti erano anche molto poveri e così si ingegnavano a racimolare qualche soldo cantando o suonando. (...) Personaggi noti a tutti che non davano alcun fastidio e che venivano compresi da una città cosmopolita dove c'era posto per tutti. Anche per i matti nostrani. A sei anni imparai a vogare alla veneziana scoprendo un'altra dimensione, quella dell'acqua. Vogare e tenere la direzione di una barca con l'aiuto di un remo è un po' come volare leggeri (...). Che cosa è oggi la mia città non saprei più dire. Sembra un legno divorato dalle termiti. Di natura sono ottimista, ma è certo che Venezia è malata. Le cellule cancerogene stanno distruggendo quelle sane (...)

 
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