| Prima i veneti nelle aziende, no delle imprese |
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| Mercoledì 01 Settembre 2010 08:32 |
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imprese_dal_sito_del_corriere Da: Il Corriere del Veneto: VENEZIA — Lo slogan pensato di concerto con i cervelli di Fabrica per fare breccia nei cuori degli elettori è diventato la stella polare di un’intera azione di governo. Luca Zaia non perde occasione per ammonire: «Prima i veneti! » ed in cinque mesi ha ormai declinato la formula in ogni sua accezione: politica, sociale, culturale ed economica. Proprio su quest’ultimo terreno, quello delle aziende e dell’occupazione che latita, Zaia ha lanciato domenica un appello agli imprenditori chiedendo loro di guardare prima ai veneti, per l’appunto, in caso di assunzione. Laddove per «veneti», ha subito precisato, non si devono intendere solo quelli con le radici affondate qui da generazioni ma anche gli stranieri «che abbiano deciso di crearsi un futuro nella nostra terra». Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Perché le imprese, più che agli alberi genealogici ed ai «progetti di vita», sembrano guardare al curriculum dell’aspirante dipendente. «Tra un odontotecnico indiano bravo ed uno incapace veneto non ho nessuna remora a scegliere il primo - spiega infatti Claudio Miotto, presidente di Confartigianato - Sono fermamente convinto che la professionalità vada presa dove c’è, senza pensare a quote o ad inutili prelazioni. Basti pensare che, nonostante la crisi, è già un’impresa trovare professionisti preparati ed all’altezza». Se quando si trovano si deve pure stare a guardare da quanto tempo vivono in Veneto, si rischia di rimanere a secco sul serio. Semmai, a detta di Miotto, meglio sarebbe rivoluzionare gli uffici di collocamento, «che oggi non funzionano e non permettono alle imprese di fare una selezione efficace». Sulla stessa frequenza, già suonata sabato scorso da Gilberto Benetton («Prima i veneti ma con buon senso, in azienda non si può») si sintonizza anche il presidente degli industriali di Padova Francesco Peghin, che se pure plaude alla «riserva veneta» sugli appalti («In questo modo si eviterebbero quei mordi e fuggi delle imprese del Sud che spesso lasciano i committenti con l’amaro in bocca»), avverte però sul fronte delle assunzioni: «A fare la differenza sono sempre le competenze e la professionalità, è il mercato ad orientare le scelte degli imprenditori ». Peghin concede al governatore che «in molti casi i migliori curriculum sono in possesso di gente di qui, che ha frequentato le nostre scuole, fatto esperienza nelle nostre aziende, contribuito a creare il mito del Nord Est» e però «non sempre è così ed il criterio territoriale non può ritenersi universale. Anche perché nella maggior parte dei casi sono stati proprio i veneti ad allontanarsi dalle imprese venete». Sono gli eterni cahiers de doléances dei capitani d’azienda nordestini, che a leggerli ora suonano quasi come una giustificazione di fronte agli affondi insistenti del governatore: «Non vorremmo forse avere nei nostri alberghi e nei nostri ristoranti personale italiano, che parla italiano, cucina italiano, contribuisce a creare la magica atmosfera italiana? - si chiede Marco Michielli, presidente di Confturismo - il punto è che italiani, o veneti se si preferisce, per fare certi lavori non se ne trovano, neanche oggi. Certo se loro fossero disponibili, il principio indicato da Zaia sarebbe sacrosanto: quella di favorire il proprio territorio è una prassi consolidata in molti Paesi». Nel sindacato, invece, l’appello del governatore resta sull’uscio. Anche Paolino Barbiero, segretario della Cgil di Treviso che non esitò due anni or sono (e fu tra i primi) a chiedere lo stop ai nuovi ingressi per dare priorità a chi già si trova qui, si dice perplesso: «Mi sembra che la Lega punti a restringere sempre di più il recinto, così da ridurre al minimo il numero di persone di cui doversi preoccupare. E invece dovremmo dire: prima lo sviluppo, ripartiamo. Questa cosa delle assunzioni "privilegiate", poi, mi pare irrealizzabile: e alle multinazionali che sono qui e portano lavoro che diciamo, via di qui? Poi tra le mani, ci resta solo il "prima" e addio Veneto».
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