| Momenti emozionanti di vita Ecco il Veneto dei contadini |
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| Mercoledì 06 Aprile 2011 14:05 |
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contadina_da_il_corriere Da: Il Corriere del Veneto: C’è un atlante che pochi conoscono, e ancor meno consultano: è quello che i linguisti chiamano Atlante Italo-Svizzero (o semplicemente Ais), che in centinaia di grandi tavole dedicate ciascuna a metà della penisola (centro-sud e centro-nord, compreso il Canton Ticino) dà conto del patrimonio dialettale italiano all’altezza degli anni Venti e Trenta del secolo scorso. La mappa d’Italia vi si presenta cosparsa da un reticolo di oltre quattrocento punti numerati coincidenti perlopiù con piccole località, in corrispondenza di ciascuno dei quali ogni carta riporta il nome locale di un oggetto, o l’espressione usata per dire una certa cosa. Ai margini di molte tavole, appositi riquadri sono dedicati alla rappresentazione grafica degli oggetti di cui si rende conto. Si tratta di utensili del mondo rurale o di una vita quotidiana anteriore all’arrivo della civiltà tecnologica. E’ un monumento preziosissimo non solo alla civiltà linguistica italiana, ma anche a quella materiale di un’Italia contadina ormai sparita. Estinta. L’opera fu realizzata, tra la prima e la seconda Guerra mondiale, sotto la direzione di due linguisti svizzeri, Karl Jaberg e Jakob Jud, che sguinzagliarono attraverso tutto lo stivale un’efficientissima équipe di rilevatori armati di carta e penna. Un lavoro titanico, che difficilmente - occorre dirlo - sarebbe stato portato a termine da un’analoga équipe sotto la guida italiana, e che impegnò una squadra di giovani tra i quali sarebbero emersi alcuni tra i più grandi dialettologi ed etnografi dei decenni successivi. Raccogliendo casa per casa (letteralmente: e si pensi che cosa significasse all’epoca girare da stranieri attraverso le campagne di un’Italia povera, arretrata e devastata dalla Grande Guerra) le informazioni di cui avevano bisogno, i cercatori dell’Ais si cimentarono più che in un lavoro, in un’avventura. Alcuni incontrarono anche l’amore, come capitò allo zurighese Paul Scheuermeier, nato nel 1888, che condusse parte del suo viaggio in Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto) assieme a due compagne inseparabili: la sua futura moglie e la sua macchina fotografica, con cui documentò i luoghi in cui lo spedivano i due direttori della ricerca (ai quali succederà nella direzione e nel completamento dell’impresa). Foto, disegni e appunti di Scheuermeier, rimasti archiviati a Berna, vengono finalmente pubblicati negli ultimi anni, e giusto in questi giorni la Fondazione Cini, la Regione e l’editore Colla hanno dato alle stampe un volume, Il Veneto dei contadini 1921-1932, che raccoglie la parte migliore delle immagini e dei testi relativi alle nostre campagne (il libro verrà presentato martedì 5 alle 17, a San Giorgio). Le foto di Scheuermeier, accompagnate dalla precisa indicazione del luogo e dell’ora in cui furono scattate, regalano a chi le guarda una vera emozione; in chi, poi, conosce i luoghi ritratti l’emozione può trasformarsi in commozione, sia che li si ricordi in una fase anteriore a quella odierna, sia che - come chi scrive - non si conosca quel mondo, quelle persone e quegli oggetti se non attraverso racconti e testimonianze indirette. E’ difficile spiegare perché sia tanto suggestivo ritrovarsi, grazie a una foto scattata in una stradina di Cencenighe alle tre di pomeriggio del 17 novembre 1921, davanti a una ragazza (età apparente: vent’anni, ma considerato quanto velocemente s’invecchiava allora, saranno stati quindici) che porta sulla spalla il bilanciere - thampedon, nel dialetto del luogo - con dietro il secchio di rame e davanti la sécia di lamiera. Accanto a lei, su una scala di pietra pulitissima (come pulita è la strada di sassi, sulla quale poggiano i suoi zoccoli di pelle chiodati), una zàngola (pégna), un pestello (tharnaton), un càndol e un quèrcol di lamiera, un mastello per il latte o per il burro (galéda), un grosso coperchio di legno col suo cadenath, per la chiusura ermetica. Ti par di toccarli: sono cose umili, oggi perdute. Come perduto è il girello, tutto di legno, in cui si muove una bambina con la cuffia in testa, scortata dalla madre e osservata da due fratellini: Mirano, 3 ottobre 1931. E poi Arabba, dove i contadini dormono ancora nelle baracche dopo le distruzioni belliche; Cavarzere, dove si brinda davanti a un fiasco di vino. Cerea, dove due ragazze lavano i panni in un fosso: sono le nove e mezza del 3 aprile 1921. Mia nonna aveva undici anni, e viveva lì vicino. Forse quelle lenzuola sono le sue.
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