| La battaglia per l'identità. «Il veneto come lingua ci costerebbe troppo» |
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| Venerdì 25 Marzo 2011 10:28 |
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andrea_pattaro_foto Da. Il Corriere del Veneto: Già Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua rifletteva: «Tanto sono le lingue belle e buone più o meno l'una dell'altra, quanto elle più o meno hanno illustri e onorati scrittori». Ma si deve a Ferdinand de Saussure una riflessione attuale contenuta nel suo Corso di linguistica: «Nulla entra nella lingua senza essere stato provato nella parola, e tutti i fenomeni evolutivi hanno radice nella sfera dell'individuo». Dunque, davanti a qualsiasi lingua (antica, nuova, derivata) prassi e metodi di comunicazione vanno sempre rapporti agli individui e alla società. Il dibattito si fa intrigante se si vuole trasformare un dialetto in lingua. Scenario stimolante ma non per questo meno problematico nel Veneto di oggi. Il consiglio regionale ha un sogno: far riconoscere al veneto dal Parlamento, dunque a Roma, i crismi della lingua, riscattandola dal rango di dialetto. È l'obiettivo di una proposta di legge trasversale trasmessa alla capitale (votata da Mariangelo Foggiato dell'Unione Nordest a Pietrangelo Pettenò della Federazione di sinistra) che ha un obiettivo: tutelare il veneto ufficialmente in quanto lingua minoritaria usata nel territorio, accanto all'albanese, al franco-provenzale, al sardo, al friulano. Se la politica si divide tra favorevoli e contrari, tra gli intellettuali prevale soprattutto lo scetticismo, soprattutto a causa delle ricadute «concrete» sulla società di un dialetto trasformato in lingua, per legge. La politica, intanto. Per l'avanguardia degli autonomisti Mariangelo Foggiato (Unione Nordest) che ha proposto la legge, è già una vittoria: «La lingua veneta è un pilastro della nostra identità. I vantaggi di questo riconoscimento per la società veneta avrebbero un valore altissimo dal punto di vista storico. Un riconoscimento del veneto su base nazionale sarebbe una tappa importante nel processo di riappropriazione della nostra sovranità culturale e politica. Penso anche alle occasioni di valorizzazione del nostro immenso patrimonio, spesso trascurato. La stessa Istat, - aggiunge Foggiato - riconosce che il veneto è la lingua correntemente parlata dalla maggioranza dei veneti». Critica invece Elena Donazzan, assessore regionale alla Pubblica istruzione e figura di primo piano di quella destra, per anni minoranza, poi arrivata al Governo. Lei si è astenuta in Consiglio sulla proposta Foggiato: «Sarò chiara: il veneto non è una lingua. Lingua è il veneziano della Serenissima che aveva codificato con successo un'idea concreta di società, fatta di politica, di scambi economici, di magistratura. Quella era una realtà che esprimeva una lingua a tutto tondo, non il Veneto di oggi. Che veneto dovremmo parlare: trevigiano, padovano, vicentino? Come chiosa brillantemente Morena Martini, assessore provinciale a Vicenza, - riflette la Donazzan - il dialetto è il linguaggio della memoria , degli affetti, dei nonni. E poi, scusi, che senso dovrebbe avere per me, per una vita considerata minoranza politica, continuare a farlo davanti al Parlamento per chiedere che il veneto sia lingua minoritaria? Ma per carità…». Eppure la proposta Foggiato piace anche a sinistra, a testimonianza che su certi temi, nodi politici e ideologici, possono essere superati. E' il caso di Pierangelo Pettenò ma anche quello di Diego Bottagin, oggi Gruppo misto ieri esponente di primo piano del Pd, che ha votato sì alla proposta: «Ho detto sì per due motivi. Primo: noi abbiamo già la legge regionale del 2007 che riconosce il dialetto veneto come lingua e la promuove in ogni ambito, anche se, personalmente, avrei formulato in maniera diversa temi e contenuti di quel testo. Secondo: essendo i veneti una minoranza, mi pare opportuno, come altre minoranze già tutelate in Italia, che lo siano anche i veneti con la loro lingua. Per me dire lingua significa usarla, contaminarla, mescolarla, renderla materia viva, parlata, ogni giorno». Scettici invece, seppure con distinguo diversi, gli intellettuali. Scrittori e linguisti riflettono sul senso di una metamorfosi (da dialetto a lingua) e sulle possibili ricadute nella società quotidiana. Vitaliano Trevisan è a Bruxelles. D'istinto sorride al telefono. Continua: «Cosa? Il veneto da dialetto a lingua? Ma non scherziamo per favore, - sbotta lo scrittore - l'effetto finale sarebbe pura stupidità. Ci ritroveremmo d'incanto con una società alle prese con due lingue e con il caos. Ci vorrebbero piuttosto nuovi standard di riferimento, nuovi paradigmi, nuovi modelli societari ma bisogna fare i conti anche con le risorse disponibili. E poi, quale lingua dovremmo parlare? Il veneziano della Serenissima oggi nostalgia di cinquantamila abitanti o quello vicentino delle mie parti e parlato da più abitanti?». Chi invece parte da un approccio tecnico al tema è Michele Cortelazzo, docente di Italianistica e preside della Facoltà di Lettere a Padova: «Vedo delle anomalie di fondo sulla questione: perché ad esempio il friulano è tutelato come lingua minoritaria e il veneto no? Per converso, perché il veneto sì e l'emiliano no? La distinzione fra dialetto e lingua è puramente politica. Le dirò che il Veneto, con la Campania e la Sicilia, è la regione dove già si parla più in dialetto e questi stessi dialetti sono già difesi. E poi penso all'esempio friulano e ai costi "di gestione". Ho realizzato proprio uno studio su tale aspetto. Attenzione, in prospettiva di quel federalismo tanto invocato, trasformare un dialetto in lingua, richiede risorse non indifferenti. Per me il veneto da parlare è quello di oggi e non quello degli autori». Romolo Bugaro, avvocato e scrittore, ha il dono della chiarezza. Le sue analisi sulla società sono sintetiche e sempre significative. Anche stavolta non si smentisce: «Guardi, trasformare il veneto in lingua è chiaramente un'operazione di segno fortemente simbolico ma dal punto di vista pratico, per la società, è un'operazione prossima allo zero. Le spiego perché. Siamo tutti d'accordo - ragiona Bugaro -sulla tutela della diversità bio-linguistica del veneto. Difendere il veneto delle tradizioni radicate e fortissime è cosa buona e giusta. E non da oggi. Non sono invece d'accordo con tutte quelle declinazioni del più greve, inguardabile localismo inteso come chiusura. Le strumentalizzazioni sono dietro l'angolo e certa politica avrebbe le sue responsabilità». Già, la politica. Adesso si attendono risposte da Roma.
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