| Scrittrici, sante, politiche, guerriere Le Venete che hanno fatto l'Italia |
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| Lunedì 07 Marzo 2011 15:32 |
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donne_italia_da_il_corriere Da: Il Corriere del Veneto: Si continua a discutere da centocinquant’anni se, fatta l’Italia, si siano per anche fatti gli italiani: c’è chi ne dubita, e non ha tutti i torti. E c’è addirittura chi è portato a pensare che la coincidenza tra la parabola quasi tutta novecentesca dello Stato italiano e quella dell’emancipazione femminile europea ha forse prodotto, in un secolo e mezzo, più italiane che italiani. Delle molte donne che, in questi trenta lustri hanno fatto l’Italia - quale che sia il risultato - costruendo la sua identità culturale e la sua vicenda politica, si può provare a raccogliere un piccolo pantheon veneto, arrischiando qualche inclusione imprevista e rassegnandoci alle necessarie esclusioni. Per l’otto marzo del centocinquantenario, ecco dunque dieci donne venete che hanno fatto l’Italia, contribuendo direttamente all’unificazione o alimentando in vario modo l’immaginario civile nazionale. Non si tratta, ovviamente, né di una classifica, né di un catalogo completo (per un quadro ben più ricco si può sempre tornare a volumi come quello di Tiziana Agostini su Le donne del Nordest, uscito nel 2007): una semplice galleria di persone per diverse ragioni significative nella nostra più recente storia nazionale. Viventi escluse. Obbligatorio aprire con Tonina Marinello, la padovana che travestita da uomo s’imbarcò coi Mille per combattere al fianco del marito, ottenendo una medaglia al valore. La quota rosa delle camicie rosse, assieme ad Anita Garibaldi celebrata dalle canzoni patriottiche come la guerriera «forte e bella», icona di un patriottismo femminile e bellicoso insieme che ha caratterizzato le vicende civili dell’Italia risorgimentale e post-risorgimentale. Francesco Dall’Ongaro la ritrae in uno dei suoi Stornelli durante la sepoltura nel cimitero di Firenze: «l’abbiam deposta la Garibaldina / all’ombra della torre a San Miniato / Colla faccia rivolta alla marina / Perché pensi a Venezia e al nido amato. / Era bella, era bionda, era piccina, / ma avea cuor da lione e da soldato». Accanto ai grandi uomini dell’agiografia nazionale, in effetti, ci sono spesso donne non meno grandi: come càpita, restando in atmosfera garibaldina, per la duchessa veronese Felicita Bevilacqua La Masa, che prima di sposare il patriota siciliano Giuseppe La Masa (altro eroe dei Mille, titolare, oggi, di un cacciatorpediniere della Marina), si distinse nell’opera di soccorso ai rivoltosi della Repubblica Romana, nel 1848, e ai feriti delle guerre risorgimentali, per i quali aprì una sorta di ospizio a Valeggio sul Mincio. Fu lei a donare Ca’ Pesaro alla città di Venezia, affinché vi venissero esposte le opere dei giovani artisti italiani. Se il Risorgimento si chiude con la Grande Guerra, ecco un’altra - e ben diversa - donna nata nel Veneto, in provincia di Vicenza: l’infermiera dei soldati Maria Bertilla Boscardin, la suora dorotea morta trentaquattrenne nel 1922 dopo essere diventata un’icona popolare sul fronte veneto della Prima Guerra Mondiale: fu proclamata santa nel 1961, anno centenario dell’Unità, ed è grazie a lei che il nome Bertilla - per l’addietro rarissimo - conosce una particolare diffusione tra le bambine venete nate nella prima metà del secolo scorso. La devozione popolare novecentesca ha anche di questi riflessi. Accanto alla fervente cattolica, l’ebrea non praticante: Amelia Pincherle Rosselli, nata a Venezia nel 1870, fu valente autrice di teatro - teatro in lingua e dialettale, sul modello del grande Ibsen e sulla scia della produzione intimista e borghese del suo concittadino Giacinto Gallina - negli anni a cavallo dei due secoli: quando cioè la sua vita non si era ancora consacrata al culto della memoria dei suoi figli Carlo e Nello Rosselli, martiri dell’antifascismo. A proposito di fasciste e antifasciste: lo stesso Veneto che dette i natali a Margherita Grassini Sarfatti, prima socialista rivoluzionaria e poi amante e biografa di Mussolini (lei pure di origini ebraiche), è stato anche culla di alcune tra le più illustri oppositrici del regime. Di una «madre costituente», addirittura: la socialista Lina Merlin (di Pozzonovo: ma il suo collegio elettorale era la Rovigo di Matteotti), una delle poche donne a sedere nell’Assemblea che scrisse la costituzione, e l’appassionata legislatrice cui si debbono, oltre a una celebre legge sulla prostituzione, anche l’abolizione della dicitura «figlio di N. N.» per i trovatelli registrati all’anagrafe. Antifascista e scrittrice, ancora più a sinistra di Lina Merlin, fu anche la quasi omonima Clementina detta Tina Merlin, comunista e bellunese di Trichiana: una delle penne più battagliere nell’Italia del dopoguerra, «staffetta e testimone anche finita la guerra nella guerra di tutti i giorni», come ha scritto di lei Mario Isnenghi, rievocando la battaglia personale ingaggiata dalla giornalista bellunese per la verità sul Vajont. A suo agio tra donne così anticonformiste si troverebbe - anzi, si trova, oggi, avendole raggiunte tra coloro che non sono più - anche un’altra irriducibile progressista, che ha portato fin dentro al ventunesimo secolo la sua lotta tipicamente novecentesca. È Franca Trentin, campionessa di femminismo e di ribelle passione civile spentasi novantunenne nello scorso novembre. Figlia di Silvio, sorella di Bruno, moglie di Mario Baratto, fu il baricentro femminile di una parte ormai trascorsa della storia civile italiana. Altre due grandi donne italiane e venete insieme, tra loro ben diverse e ben diverse anche da quelle che abbiamo appena ricordato, sono scomparse nei mesi scorsi. La prima è Roberta di Camerino (all’anagrafe: Giuliana Coen, veneziana; il nome d’arte nacque mettendo insieme il nome della protagonista di una canzone con quello del marito, nobilitato dalla preposizione), una delle protagoniste della moda italiana nel mondo: di lei colpivano le eleganti creazioni ma ancor più l’elegante discrezione, che ne faceva una figura a sé stante tra le molte omologhe e ben più chiassose dello star system modaiolo: il made in Italy come dovrebbe essere, insomma, che all’Italia ha fatto meglio di tante altre celebrità. La seconda è Cesarina Vighy. Veneziana di nascita, pur avendo vissuto la maggior parte della sua vita a Roma, l’ultima nata tra le donne di cui abbiamo parlato, è stata strappata alla vita da quella sindrome laterale amiotrofica (SLA) che due anni fa aveva indirettamente causato il suo tardivo esordio letterario. Con L’ultima estate, un romanzo ispirato alla vicenda del suo male incurabile, la Vighy vinse a sorpresa il premio Campiello Opera Prima di due anni fa, regalando a tutto il Paese una toccante testimonianza su quella linea di confine fatta di dolore fisico e di profondità sentimentale su cui le donne italiane si muovono con impavida lucidità.
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