| Ca’ Pesaro rinasce con Rodin, Vedova e mille metri in più |
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| Venerdì 30 Aprile 2010 08:28 |
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Da: Il Corriere del Veneto: Una mattinata qualsiasi nei pressi di San Stae. Una calle stretta, quella che porta a Ca’ Pesaro, eppure affollata di voci che parlano decine di lingue diverse. Sono le voci dei turisti che nel tour da capogiro di una Venezia che offre decine di musei e occasioni culturali non trascurano più il maestoso palazzo di Longhena sul Canal Grande. La rinascita è stata lenta. Dopo i fasti di inizio secolo e una chiusura lunga trent’anni, la Galleria Internazionale di Arte Moderna che ha fatto da «mamma» della Biennale riapriva i battenti nel 2002. La collezione che vanta Klimt e Chagall, Kandinsky e Klee, al primo piano. Poi il secondo, chiuso, e all’ultimo piano il Museo d’arti orientali. La scorsa estate la riapertura al pubblico del «piano cieco» con mostre d’arte contemporanea che hanno rimosso anche l’ultimo granello di polvere (metaforica) da Ca’ Pesaro. Ora, a distanza di quasi un anno, la sede espositiva sembra aver trovato un pieno equilibrio con «Le forme del moderno», una piccola e preziosa esposizione di scultura che spazia da Rodin a Vedova, passando per Medardo Rosso, Plessi e Wildt. Una scelta che trasforma l’offerta novecentesca in un panorama «tondo», a 360 gradi. I nuovi 1000 metri quadrati a disposizione (utilizzati per decenni come deposito per le oltre duemila opere della collezione della Galleria) si aprono al pubblico in aggiunta e a complemento del percorso espositivo classico che presenta 207 lavori, tra sculture a dipinti. Così Ca’ Pesaro, il più importante palazzo barocco veneziano affacciato sul Canal Grande, opera di Baldassarre Longhena, passato di mano fino ad arrivare alla famiglia Bevilacqua a inizio ‘900, assolve in pieno alle volontà della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa che offrì il palazzo alla città destinandolo all’arte moderna. Dopo gli ultimi restauri e il riallestimento che ha cambiato volto al palazzo, il percorso espositivo della galleria si arricchisce, in questi mesi, con «Le forme del Moderno - Scultura a Ca’ Pesaro. Da Medardo Rosso a Viani, da Rodin ad Arturo Martini». Fino al 18 luglio, il secondo piano del palazzo si apre su di una ariosa selezione di trenta grandi sculture appartenenti alla collezione plastica di Ca’ Pesaro. La mostra si articola negli spazi sontuosi dell’androne longheniano al piano terra (La polarità del corpo) e del monumentale secondo piano (La sinuosità della forma). La scelta espositiva privilegia accostamenti audaci e calzanti tra sculture e opere pittoriche, a partire dall’imponente fregio di Giulio Aristide Sartorio, il Ciclo della Vita, realizzato per il Padiglione Italia della Biennale del 1907 e altre grandi tele. La mostra, curata da Silvio Fuso, Matteo Piccolo, Giandomenico Romanelli e Cristiano Sant, parte, nell’androne al pian terreno, con rappresentazioni scultoree della forma umana, con sei grandi opere. Al secondo piano, invece, il grande salone è dominato, oltre che dal fregio del Ciclo della Vita, dalla mole possente del Pensatore (1880) e dai Borghesi di Calais (1886) sempre di Rodin, fra gli altri. Si passa poi nel saloncino che offre, forse, gli accostamenti più interessanti con un tentativo di fusione pura fra pittura e scultura. In esposizione, tra gli altri, un Plurimo di Vedova (1964), oltre a opere in rame e in bronzo di Kemeny, Milani, Calò, ma anche tele di Gaspari e di Plessi. La conclusione è delicata e raccolta. Coerente e unitaria. Sono volti di donna, pensosi, quasi cancellati dal tempo, ieratici o fulminanti. Si tratta di un omaggio congiunto a tre grandi maestri: Medardo Rosso, Adolfo Wildt e Arturo Martini. Dalle inesauribili collezioni del museo, sono stati selezionati capolavori che hanno in comune un apparente mutismo dello sguardo: sguardi immobili, lontani eppure, quasi miracolosamente, in dialogo tra loro. Un filone, questo della plasticità scultorea, appena iniziato. In programma a settembre, infatti, dopo Le forme del moderno, c’è la retrospettiva dedicata al britannico Toni Cragg (Liverpool, 1949, leone d’oro alla Biennale ’88), oltre a un inedito approfondimento sulla grafica di Arturo Martini, che troverà spazio nell’area del museo dedicata alle proposte di ricerca e di indagine, la Sala 10 al primo piano.
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